CAPITOLO 4 CAPITALE E LAVORO CONTRO L’AMBIENTE


Cinque decreti firmati da Trump nelle prime cento ore riscrivono le priorità dell’amministrazione in materia energetica e ambientale. Invocando un’emergenza nazionale, le nuove misure smantellano norme interne e accordi internazionali, rilanciando un modello ideologico nazional-liberista: protezionista verso l’esterno, deregolatore all’interno.

Per imporre questa linea servono due elementi, politico e simbolico. Il primo richiede  un accentramento di potere nell’esecutivo. Così lo stato d’emergenza consente al presidente di aggirare il Congresso e ridimensionare l’Agenzia federale per la protezione ambientale; mentre a livello internazionale, la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici segna un atto di unilateralismo che isola Washington dalla governance globale. Sul piano simbolico, i decreti presidenziali lanciano un appello diretto agli interessi del «popolo» finora sacrificati dalle élite progressiste.

Questo popolo viene costruito attraverso un’inedita alleanza interclassista, dove capitale e lavoro si trovano paradossalmente uniti a sostegno di politiche anti-ambientaliste, rivendicando insieme profitti e occupazione. Così «noi» è l’alleanza tra big business, operai e consumatori, con il presidente come paladino contro il radicalismo ecologista; «loro» sono ambientalisti, burocrati, scienziati e organismi multilaterali accusati di sabotare prosperità e sovranità nazionale.

La strategia sta incontrando una resistenza crescente da parte di una pluralità di attori – associazioni per la tutela dell’ambiente e del clima, organizzazioni non governative, autorità locali, sindacati e imprese del settore green – che impugnano i provvedimenti nei tribunali, aprendo un conflitto sempre più diretto tra presidenza e magistratura. Nel frattempo però – che sia giuridicamente sostenibile o meno – la pretesa del presidente di esercitare poteri straordinari erode i contrappesi istituzionali. Proprio per la sua capacità di attivare una retorica emergenziale, la politica ambientale si conferma – insieme a quella migratoria – uno snodo decisivo della rivoluzione americana