CAPITOLO 5 ‘AMERICA FIRST’ E LA MONARCHIA IMPERIALE


I provvedimenti ispirati allo slogan America First riflettono una logica di «sovranità utilitaristica»: la diplomazia diventa transazione commerciale e alleanze e accordi si mantengono solo se producono un ritorno tangibile. Da qui i ritiri dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’Accordo di Parigi sul clima e dal patto fiscale OCSE sulla tassazione minima delle multinazionali: trattati che, secondo quella visione, avrebbero drenato risorse verso paesi terzi – dalla Cina all’India – sottraendole alle «priorità degli americani». Lo stesso vale per le alleanze militari, a cominciare dalla NATO, con l’accusa di parassitismo agli alleati europei.

Si approfondisce così il modello del nazional-liberismo, che offre alle imprese protezione dalla concorrenza straniera e un mercato interno deregolamentato, e ai lavoratori la difesa dell’occupazione e misure emergenziali sui prezzi. L’obiettivo è tutelare «tutto il popolo»: i ricchi dalla burocrazia e dalle tasse, i poveri dalla disoccupazione e dal carovita. Ma a un progetto così ambizioso non basta la promessa di profitti né un assistenzialismo di breve respiro: ha bisogno di un collante sociale forte. Questo ruolo spetta alla figura del nemico esterno – che, nelle parole del presidente, è composto da élite globaliste, sciacalli stranieri, alleati infidi. Sono loro i responsabili della crisi americana, dell’impoverimento del popolo e del declino del «sogno».

In questo scenario, il soft power scompare. Emerge invece il conflitto con il resto del mondo, un dispositivo retorico potente, tipico dei momenti di crisi, guerra o rivoluzione: serve a compattare il popolo attorno a un capo, trasformando la minaccia straniera nel motore della mobilitazione. L’esito desiderato è l’incoronazione di un’autorità autocratica, una sorta di «monarchia imperiale» capace di dominare il disordine globale, garantire la coesione sociale e reprimere il conflitto interno che essa stessa può generare.