Dopo la fine della Guerra Fredda il lessico dominante era quello della transizione alla democrazia. Da allora la traiettoria si è invertita e il leitmotiv è diventato l’arretramento democratico. Il suo esito è la «democrazia illiberale», un potere personale legittimato dal voto, ma capace di erodere stato di diritto e bilanciamenti istituzionali. Fino ad anni recenti, però, questo non sembrava riguardare l’Occidente.
Esistevano da tempo analisi sulla «presidenzializzazione» delle democrazie europee e sull’ascesa della «presidenza personale» negli Stati Uniti, ma il perimetro in cui si muovevano contemplava la spoliticizzazione della società, la manipolazione mediatica delle elezioni e il trasferimento di potere dalla classe politica a élite economiche e tecnocratiche. Restava fuori ciò che diventerà il tratto centrale del trumpismo: la ripoliticizzazione, fondata su una mobilitazione populista radicale e polarizzata, con sbocchi apertamente autocratici. Così ancora un decennio fa, mentre Orbán e Putin rivendicavano la democrazia illiberale come modello alternativo, l’Occidente si riteneva immune.
Con il primo mandato Trump emerse l’ipotesi che anche la democrazia americana potesse morire della stessa malattia: il ritorno della politica in forme autoritarie e patrimonialiste, guidata da un superpresidente consacrato da un consenso plebiscitario. Gli Stati Uniti entravano così nella mappa globale dell’autocrazia, mentre la destra europea guardava a forme modernizzate di Führerdemokratie, o «democrazia del Capo».
A uccidere le democrazie non sono solo le rivoluzioni violente, ma anche la lenta erosione del patto informale tra le élite, per cui ciascuna si trattiene dall’esercitare appieno le proprie prerogative in nome dell’equilibrio costituzionale. Oggi, spingendo la presidenza sempre più decisamente oltre il limite legale, la rivoluzione americana sta violando quel patto di moderazione mettendo a rischio l’equilibrio liberal-democratico del paese
