Nei media internazionali, specie in quelli progressisti, domina la narrazione dell’imprevedibilità di Trump. Visto come un potere tanto energico quanto erratico, il trumpismo viene confinato nell’improvvisazione: istinto, inettitudine, cecità, caos. È una lettura riduttiva, rafforzata dallo shock del discorso del 2 aprile 2025 sui «dazi pazzi». In realtà i suoi atti mostrano una linea coerente, leggibile fin dalle prime cento ore. Trump va preso sul serio.
Il punto di partenza emblematico è un ordine esecutivo emanato il primo giorno che restituì alla vetta più alta d’America il nome di Mount McKinley, annullando la decisione di Obama di adottare il toponimo nativo Denali, richiesto dalle comunità indigene da oltre un secolo. Non fu un gesto folcloristico, ma il richiamo a una genealogia politica precisa. William McKinley, presidente dal 1897 al 1901 e figura centrale della Gilded Age (l’«Età dorata» – la belle époque americana), è stato celebrato da Trump fin dal primo mandato come un modello di potere esecutivo forte, sostenuto da un protezionismo aggressivo e da una salda alleanza con le élite economiche.
McKinley introdusse barriere doganali a tutela dell’industria nazionale, consolidò il legame tra governo federale, finanza e grandi imprese ed estese i poteri della presidenza. La guerra ispano-americana del 1898 aprì inoltre una stagione imperialista che proiettò gli Stati Uniti sulla scena globale. Per questo Trump lo considera un precedente legittimante per la sua politica commerciale, la rottura del multilateralismo e l’alleanza strutturale tra una presidenza forte e il big business. Richiamare McKinley fin dal primo giorno fu dunque una dichiarazione d’intenti.
