Definito una forma tradizionale di dominio in cui Stato e tesoro pubblico sono proprietà personale del signore, il patrimonialismo ha mostrato una sorprendente resilienza in gran parte del mondo. Oggi un’«ondata patrimoniale globale» investe anche l’Occidente e la rivoluzione americana ne rappresenta l’avanguardia. È una reazione all’affermarsi, dopo la Guerra fredda, di una forma concorrente di dominio, la plutocrazia, in cui potenti élite economico-finanziarie minacciano di espropriare la politica e gli Stati. Prendono allora il potere élite neopatrimoniali di matrice autocratica che ridisegnano i patti con i poteri economici. Così Putin piega e coopta gli oligarchi russi, mentre Orbán in Ungheria istituzionalizza un «capitalismo clientelare» sotto il suo controllo.
In America la storia oscilla tra i due modelli. Nell’Ottocento, con la presidenza Jackson, prevalse l’assetto patrimoniale, dove una classe politica forte del consenso elettorale dettava le sue regole allo Stato e all’economia. A fine secolo, con McKinley, prese forma un modello plutocratico: un’alleanza tra esecutivo e grande impresa che, mentre liberava lo Stato dalla presa dei partiti, lo consegnava alla «cattura» degli interessi economici. Nel secondo Novecento quel modello si consolidò mentre i partiti si indebolivano, le elezioni degeneravano in marketing finanziato dalle imprese, la società si spoliticizzava e il potere si concentrava nella presidenza e nelle élite economiche e tecnocratiche.
Ma leggere nella rivoluzione attuale l’esito lineare di questa deriva sarebbe fuorviante: Trump è un ibrido, imprenditore in asse con le élite economiche e insieme capo-popolo a forte impronta patrimoniale. Con lui la compenetrazione tra ricchezza e potere tocca l’apice, ma senza sfociare ancora in cattura plutocratica dello Stato: la regia resta alla Casa Bianca e la dipendenza dei beneficiari cresce con la concentrazione delle rendite nelle sue mani. Patrimonialismo e plutocrazia convivono in una «simbiosi competitiva» a trazione politica, sempre in bilico tra collusione e collisione. La loro sintesi porterebbe a un vero regime change; per ora la tensione tra i due modelli resta irrisolta.
