SCHEDA IV. SUPERPRESIDENZIALISMO


Alla base della visione superpresidenzialista sta la dottrina dell’«esecutivo unitario», oggi egemone nella destra giuridica americana. Essa ritiene che la Costituzione attribuisca al presidente un’autorità «piena e indivisa» sull’apparato esecutivo. Questa concezione si scontra con la traiettoria storica degli Stati Uniti, il cui governo si è progressivamente ramificato in decine di agenzie indipendenti che esercitano funzioni esecutive, poteri normativi delegati dal Congresso e competenze quasi-giudiziarie di ispezione e sanzione, pur mantenendo autonomia dal controllo politico (emblematica la Federal Reserve). Così si è plasmato uno «Stato amministrativo» che bilancia (e talvolta ostacola) il governo eletto, riducendo la capacità del presidente di attuare rapidamente la propria agenda politica. Questa entità, che i complottisti chiamano Deep State — lo Stato profondo —, è il bersaglio degli unitaristi.

Il dibattito sullo Stato amministrativo si articola in quattro correnti. I parlamentaristi criticano l’indipendenza delle agenzie come un «suicidio» del Congresso, che ha delegato loro troppo poteri. I progressisti la difendono come garanzia di competenza e continuità, ribadendo la necessità di tenere separate amministrazione e politica. I realisti considerano la «sovranità amministrativa» un effetto della complessità del governo contemporaneo, che può essere regolata ma non eliminata. Gli unitaristi assumono la linea superpresidenzialista, considerando l’autonomia delle agenzie una negazione antidemocratica dell’autorità indivisa del presidente, unica componente dell’esecutivo eletta dal popolo e ad esso responsabile.

Con la vittoria di Trump, quest’ultima corrente è andata al potere, trasformando una teoria discussa in pratica di governo, disciplinando l’apparato, ridimensionando o abolendo agenzie, licenziando in massa i dipendenti e politicizzando la burocrazia federale per sottometterla al comando presidenziale. Il superpresidenzialismo diventa così strumento e fine della rivoluzione americana e legittima una visione autocratica del potere che conserva la forma elettiva ma la piega a logiche illiberali e plebiscitarie