Storicamente in tutti gli ordinamenti la proclamazione dello stato d’emergenza tende a rafforzare in modo duraturo l’autorità esecutiva. Concepita per affrontare crisi contingenti, l’emergenza si consolida progressivamente come modalità ordinaria di governo, alterando l’equilibrio costituzionale. Così l’eccezione si istituzionalizza, integrandosi stabilmente nell’architettura del potere. Questo uso dell’emergenza è una cifra distintiva dell’attuale rivoluzione americana.
Nel Novecento il dibattito teorico sullo «stato d’eccezione» ha contrapposto diverse visioni: per Carl Schmitt esso svela il primato della decisione politica, il potere sovrano di sospendere l’ordine giuridico; per Hans Kelsen deve restare entro il diritto, regolato da procedure definite in anticipo nell’ordinamento. Altri ancora, più recentemente, ne hanno sottolineato la cronicizzazione. Secondo Giorgio Agamben questa avviene quando leggi e diritti rimangono formalmente in vigore, ma sono sospesi da un’emergenza permanente, che dissolve la distinzione tra diritto e politica e rivela la degradazione latente dell’ordine stesso.
Negli Stati Uniti l’istituto è particolarmente flessibile: gli ambiti su cui proclamare l’emergenza e le condizioni di proroga sono indefiniti e da decenni il paese vive sotto almeno una dichiarazione di emergenza nazionale. Si è dunque delineata una «costituzione emergenziale», in cui il confine tra diritto ordinario e potere straordinario diventa poroso. In tale contesto, per evitare un deragliamento costituzionale il presidente deve riconoscere i limiti non giuridici del proprio ruolo, astenendosi dall’ampliare i suoi poteri oltre misura.
Trump ha invece messo alla prova questi confini, facendo del ricorso ai poteri emergenziali un elemento cruciale della sua pratica di potere. Li ha usati in più ambiti: per smantellare politiche ambientali nel nome dell’emergenza energetica, per ribaltare lo squilibrio commerciale imponendo dazi indiscriminati, per mobilitare l’esercito contro l’invasione migratoria e la criminalità urbana. Una logica già insita nel sistema è così emersa come un potente strumento di lotta politica.
