Se consideriamo per una volta la rivoluzione non come esito di processi di lunga durata, ma nel suo senso comune – una rottura improvvisa dell’ordine politico – l’azione di Trump e del suo gruppo dirigente ci appare modellata su un manuale per la conquista dello Stato: formazione di un’avanguardia; occupazione dell’apparato; disciplinamento attraverso il “terrore”.
L’avanguardia è stata il Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), guidato da Elon Musk: sotto la veste tecnica della spending review ha commissariato la macchina statale, fungendo da catena di comando in coordinamento col presidente. Gli ordini esecutivi di riorganizzazione hanno paralizzato l’amministrazione federale. Infine il terrore, l’approccio shock and awe (“colpire e atterrire”): rimozione dei vertici, compressione delle tutele sindacali, riorganizzazione tayloristica del lavoro, licenziamenti di massa.
L’assalto allo Stato ha aperto un conflitto sociale e istituzionale. Una parte dell’elettorato conservatore ha salutato l’epurazione come vendetta contro una “casta” privilegiata; l’opposizione ha saldato le proteste civili alle mobilitazioni sindacali. Il contenzioso è finito nei tribunali e la magistratura è emersa come ultimo argine alla spinta rivoluzionaria: da qui nascono scontri severi tra esecutivo e potere giudiziario.
In sintesi, l’operazione persegue un triplice fine: centralizzare il controllo sui nodi strategici dell’amministrazione, irrobustire la catena di comando presidenziale e affidare al mercato o all’automazione porzioni crescenti di funzioni e servizi. Gli effetti sono strutturali: commistione tra potere pubblico e interessi privati, indebolimento dello stato di diritto, degrado della qualità democratica. Ma la rivoluzione americana segue una logica peculiare: non mira a rafforzare lo Stato in nome di un’utopia totalitaria, ma ad estinguerlo in una distopia nazional-liberista. È questa la sua originalità.
