CONCLUSIONI. tRUMP E LA «Democrazia nuda»


Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? … L’onnipotenza è in sé cosa cattiva e pericolosa … si chiami essa popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che la si eserciti in una monarchia o in una repubblica, io affermo che là è il germe della tirannide.
Alexis de Tocqueville – Democrazia in America (1835)

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Fin qui abbiamo messo in luce la coerenza interna della rivoluzione trumpiana e la sua lunga genealogia. Resta la domanda più ardua: che cosa ci dice questa esperienza sul futuro della democrazia?

Per rispondere occorre una precisazione, ben nota agli studiosi ma spesso trascurata dalla pubblicistica: la democrazia, intesa letteralmente come «potere del popolo» o della maggioranza, è di per sé un potere pieno, assoluto, animato da una pulsione totalizzante che lo espone al rischio di tirannia. Il liberalismo, al contrario, è una dottrina della limitazione del potere: «si chiami esso popolo o Re, democrazia o aristocrazia, sia che lo si eserciti in una monarchia o in una repubblica» – per ritornare al brano di Tocqueville citato in apertura. «Democrazia liberale» è dunque, paradossalmente, un ossimoro. O, se vogliamo, un fragile equilibrio tra la sovranità popolare e i vincoli costituzionali che ne contengono la potenza. Ritorna la metafora della fiera che va incatenata: non più solo il Capo, ma anche il Popolo.

Ciò che ha reso l’esperienza americana un modello non è stato il principio democratico in sé, ma le catene liberali impostegli: la rappresentanza politica, il federalismo, la divisione dei poteri, la tutela delle minoranze. I Padri Fondatori lo avevano chiaro: John Adams avvertiva che la democrazia finisce sempre «per suicidarsi», e Madison ribadiva che l’obiettivo della (prima) rivoluzione americana non era la democrazia, ma la «repubblica rappresentativa».

È questa architettura democratico-liberale, come poi si è sviluppata nei 250 anni successivi, a essere oggi sotto attacco, insidiata da una democrazia «nuda», priva di aggettivi e di freni. In questo senso possiamo affermare senza esitazione che la (seconda) rivoluzione americana è una rivoluzione democratica. Se dobbiamo aggettivarla, la diremo una rivoluzione democratica anti-liberale. E sapientemente guidata, dall’alto, da un capo plebiscitario. Noi diciamo Capo, o ancor più pudicamente «leader». Ma nel contesto della democrazia nuda si può leggere anche Duce, Führer, Caudillo, Conductor: capi elevati al potere dal voto del popolo e che nondimeno hanno esercitato un potere tirannico. Tiranni democratici, ripeterebbe fino alla noia Tocqueville. Il trumpismo è l’esito di un processo che, erosa la componente liberale della democrazia, libera dalle catene le due bestie – il Capo e il Popolo – imprimendo al potere una torsione autoritaria.

Sappiamo che non è un fenomeno isolato. Le analogie con Putin, Orbán, Erdoğan, Milei, Modi – capi diversi per contesto e intensità di potere – mostrano come la combinazione di investitura elettorale, pratica patrimoniale e verticalizzazione del comando rappresenti il denominatore comune di una deriva autoritaria globale. Collocare gli Stati Uniti in questa rete comparativa è essenziale per capire il trumpismo non come un unicum, ma come la variante americana di un modello oggi vincente in buona parte del mondo. Inter alia, Il pericolo è particolarmente acuto in Europa, culla antica della tirannide democratica, dove oggi le sue varianti si moltiplicano, alcune già al potere, altre pronte a conquistarlo.

La domanda è inevitabile: se lo conquistano, come lo gestiranno? Il punto non è il ritorno delle camicie brune, la chiusura dei parlamenti o l’abolizione dei partiti. È vero che molti vedono l’America sul crinale di una nuova guerra civile e che un colpo di mano non è da escludere, ma la storia non deve ripetersi in quei termini. La democrazia nuda è più sofisticata – e più insidiosa – delle dittature tradizionali.

Qui torna in gioco un concetto che ha attraversato tutto il libro: la forbearance, il patto non scritto di autolimitazione fra le élite. Per oltre due secoli, pur tra alterne vicende, le élite politiche americane hanno rispettato questa disciplina reciproca, evitando di spingere le istituzioni al punto di rottura. Era un accordo informale ma vitale, che impediva alla maggioranza di annientare la minoranza e ai vincitori di abusare del proprio mandato: la regola tacita che sorreggeva il fragile equilibrio della democrazia liberale. Trump lo ha spezzato, e questo è stato il suo vero atto «rivoluzionario», che per una volta intendiamo nel suo senso comune: non il compimento di processi di lunga durata, ma il sovvertimento improvviso dell’ordine esistente. Può suonare anacronistico sottolinearlo oggi, nel clima di feroci tensioni che attraversa gli Stati Uniti, ma senza ricostruire quel patto fondativo sarà impossibile salvare la democrazia liberale dall’assalto della democrazia nuda.

La rivoluzione americana, in definitiva, sfida la modernità democratica, ne mette a nudo fragilità e contraddizioni e costringe a guardare oltre la superficie. È uno specchio che riflette le tensioni di un’epoca: il rapporto tra ricchezza e potere, la paura dello straniero e del diverso, la polarizzazione sociale alimentata dalle crescenti diseguaglianze, la fragilità delle istituzioni, la potenza destabilizzante delle tecnologie. E con esse, l’erosione degli spazi politici, culturali ed economici della libertà. Guardare in questo specchio significa non solo capire l’America di oggi, ma interrogare il destino del mondo nel XXI secolo.